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lunedì 15 febbraio 2016

LO SQUAT: "UNA CORRETTA ESECUZIONE PRECEDUTA DA UN'ACCURATA ANALISI VISIVA"

Introduzione all’argomentazione


Lo scopo di questo studio e questa ricerca, sia scientifica che sul campo è riconoscere i parametri biomeccanici e di tecnica sportiva, per la corretta esecuzione dello squat (accosciata) in atleti, in questo caso specifico, calciatori che utilizzano nei loro mezzi di allenamento, questa tipologia di allenamento.
Quello su cui ho focalizzato personalmente l’attenzione, sulla base dei dati raccolti, ha dato molteplici feedback su:
-      analisi del movimento in accosciata
-       determinazione dei principali fattori cinetici e cinematici dello squat comparando i dati estrapolati dai test
-      Fornire un modello prestativo del movimento di accosciata comparando gli atleti testati nel calcio, con dati riscontrati con atleti di Powerlifter, in modo da garantire un feedback reale e immediato sul movimento di qualsiasi altro squat.

Tengo a precisare personalmente che i gesti atletici non possono essere spiegati in termini di biomeccanica, fisiologia, controllo motorio, psicologia o altri fattori.
Invece, il gesto deve essere considerato come la sinergia di ognuna di queste componenti agenti, in un dato sport in una data situazione per un dato individuo, in un dato istante di tempo.
Per la molteplicità di persone che utilizzano lo squat, la letteratura fornisce una scarsa offerta riguardo la tecnica corretta della  sua esecuzione. Sostanzialmente ci sono alcune domande che potrebbero sorgere in noi preparatori che cerchiamo di far ampliare performance e meccanica di questo complesso ed efficace allenamento, ovvero:

1.   Come può un atleta massimizzare la performance tramite il corretto assetto dei vari segmenti corporei?
2.   Che tipo di forza esercitano i nostri muscoli per vincere il carico e dove è importante che essi siano pronti a reagire al peso del bilanciere?
3.   Che cosa causa l’ormai conosciuto sticking point durante l’ascesa?














Il piano anatomico utilizzato la colonna vertebrale



Oltre alla funzione di sostegno la colonna vertebrale assolve altre importanti funzioni; una protettiva (la colonna vertebrale protegge il midollo spinale e ammortizza gli effetti di urti e vibrazioni) e una motoria (sono legate all’articolarità della colonna vertebrale le possibilità di orientare la testa nello spazio, di piegare il corpo in avanti e di estenderlo in senso opposto, di fletterlo e di ruotarlo).
I costituenti fondamentali della colonna vertebrale sono le vertebre, queste non sono tutte uguali fra di loro, ma presentano diverse caratteristiche comuni che ci consentono di farne una generica descrizione. Le vertebre sono costituite da un corpo vertebrale che, insieme al cosiddetto arco vertebrale, delimita il foro vertebrale.
Il corpo vertebrale è la parte più grande e resistente della vertebra; di forma pressoché cilindrica, esso presenta tre facce, una superiore, una inferiore e una di contorno (detta anche circonferenza), l’arco vertebrale costituisce la parte posteriore della vertebra; esso è costituito da varie porzioni: due peduncoli, due masse apofisarie, due lamine e un processo spinoso.
La colonna vertebrale è composta da 33 vertebre (in alcuni casi 34)
Interposti tra una vertebra e l’altra troviamo i cosiddetti dischi intervertebrali, giunzioni fibrocartilaginee che fungono da ammortizzatori e la cui forma ricorda quella di una lente biconvessa; il loro scopo principale è appunto quello di ammortizzare le pressioni che si sviluppano durante i movimenti; oltre alla funzione ammortizzante i dischi intervertebrali conferiscono alle vertebre una certa motilità che consente alla colonna vertebrale, ovviamente entro determinati limiti, di curvarsi in ogni senso e di compiere movimenti rotatori.
Dal punto di vista muscolare si possono distinguere tre gruppi muscolari:
muscoli superficiali, muscoli intermedi e muscoli profondi. Frontalmente la colonna vertebrale è nel suo insieme rettilinea e divide il corpo in due parti simmetriche. Se invece osserviamo la colonna vertebrale sul piano sagittale mediano, vediamo che sono presenti due tipologie di curvature: le lordosi e le cifosi; partendo dall’alto si trovano una lordosi cervicale, una cifosi toracica, una lordosi lombare e una cifosi sacro-coccigea.

Il piano anatomico utilizzato la colonna vertebrale


L’insieme dei parametri dello studio e sulla cinetica del movimento nel momento dell’esecuzione di tale gesto specifico, costituisce un “modello prestativo” che è stato ricercato sulla base delle indicazioni fornite da altre discipline e ricerche scientifiche eseguite in altri club di calcio professionisti.
Bisogna tuttavia identificare alcuni parametri importanti nell’analisi del movimento interessato:

-      Velocita verticale e posizione nello spazio del bilanciere
-      Area delimitata dalla traiettoria di discesa e ascesa
-      Caratteristiche dello Sticking Point
-      Forza applicata verticalmente dall’atleta
-      Assetto angolare del tronco nell’affrontare lo sticking point
-      Angoli di fase e piano delle fasi articolari tra posizione e velocita articolari

L’analisi della traiettoria compiuta dal bilanciere durante lo squat, fornisce importanti indicazioni sulla cinetica del movimento, riuscendo a capire anche dalla tecnica sportiva del nostra atleta, quanto riesce a compensare e superare eventuali errori di esecuzioni.
In realtà sono davvero tante le indicazioni che può fornire un’accurata analisi sull’esecuzione dello squat nella modalità cinetica del movimento, ma le più importanti possono essere:

-      Lo spreco di energia in componenti orizzontali, questo perché più la traiettoria di risalita si discosta da quella di discesa, maggiori sono le forze orizzontali che creano spostamenti non utili al fine prestativo
-      La variazione di movimento che i segmenti corporei compiono per tale risultato
-      Si può oltretutto conoscere la traiettoria della schiena rispetto al movimento che compiono anca e ginocchio  per dare maggiore o minore verticalità all’alzata
-      La sicurezza con cui l’atleta maneggia il carico, meno spostamenti superflui significano meno spreco di energia














Zoom sul bilanciere

Da quanto stabilito ed analizzato pocanzi, il movimento dello squat è diverso per vari fasi. Anche e soprattutto il profilo della velocità verticale del movimento, usato come parametro descrittivo dell’alzata in moltissimi studi, viene suddiviso in porzioni, che rispecchiano le stesse della suddivisione del movimento nello spazio.

Quando analizziamo attraverso una video analisi, possiamo notare che:

-      Il bilanciere inizia a muoversi verso il basso, ed il movimento iniziale è un cedimento in assetto da parte dell’atleta che, spostando il bacino indietro e flettendo le ginocchia , fa scendere il bilanciere a velocità crescente.

-      Prima del passaggio in 1\2 squat l’atleta inizia a frenare in assetto, il bilanciere e la velocità inizia a decrescere in maniera decisa

-      Dal 1\2 squat fino al punto più profondo del movimento la velocità decresce progressivamente fino a che il bilanciere non è fermo nel punto più basso, qui finisce la fase discendente (posizione del muscolo femorale parallelo al terreno











Dal punto di vista biomeccanico

Diventa molto importante capire a livello biomeccanico, sfera sia articolare che muscolare, cosa accade nella fase discendente che a causa appunto di motivi meccanici, il bilanciere scende verso il basso ma si sposta anche in avanti.
Questo spostamento si chiama, flessione del busto de è sempre presente per mantenere  l’equilibrio sull’area sotto estesa ai piedi. La discesa è una contrazione muscolare che causa due fenomeni distinti ma che contribuiscono a potenziare la fase ascendente.
Dobbiamo capire che una contrazione eccentrica crea nei muscoli coinvolti uno stretch reflex (riflesso mioatico) che potenza la generazione di forza e che persiste nella successiva contrazione concentrica.
Cosi un accumulo di energia elastica nei muscoli proprio a causa delle loro proprietà meccaniche, entro certi valori di velocità, i muscoli sono come delle molle che, tese, tendono a tornare alla posizione iniziale.
Ricordiamo quindi che maggiore è la flessione in avanti del tronco maggiore sarà l’allungamento dei muscoli posteriori della coscia, e quindi maggiore sarà la loro successiva attivazione.
Descrizione: http://smartlifting.org/wp-content/uploads/2011/08/clip_image0041.gif
Quello che avviene a livello articolare è ancora più importante, perché la rotazione del bacino avviene grazie all’uso del glutei, muscoli monoarticolari e dei femorali, muscoli biarticolari.
I femorali contraendosi estendono l’anca ma, contemporaneamente, flettono le ginocchia, quindi la contrazione dei femorali contrasta quella dei quadricipiti che, invece, estendono le ginocchia stesse.
Altro aspetto importante è che nella fase ascendente i muscoli si contraggono mentre si accorciano, il che li porta a generare sempre meno forza progredendo l’alzata. In risalita invece, riportare la schiena eretta  ha un enorme costo in termini di forza da generare perché è necessario ruotare il bacino tramite i glutei e femorali. Questa rotazione deve avvenire in contemporanea con la rotazione delle ginocchia usando i muscoli antagonisti.




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